BIG DATA o BIG DATE?

Il mondo degli internauti è poco consapevole del proprio ruolo sul web. Per la mia esperienza le persone immaginano una dicotomia tra chi genera i contenuti e chi li consulta, mentre oggi è tutto molto più liquido.

Partiamo da un assunto: tutti quelli che navigano il web producono contenuti. Un commento ad un post, una recensione, caricare o scaricare immagini, video, musica, partecipare ad un corso… Sono tutte azioni che producono nel circuito una reazione a catena.

E allora qual’è la differenza tra essere un publisher o un consulter?

L’obiettivo finale. Tutto quello che facciamo sul web sottende un risultato. Se compriamo in uno shop un bene ci aspettiamo come reazione di ricevere il bene o il servizio a casa. Nel nostro processo decisionale, se abbiamo trovato recensioni utili per completare il nostro percorso di acquisto saremo probabilmente propensi ad inserire una nostra recensione, valutare il prodotto o servizio ed il livello di assistenza ricevuto. 

Tutto è molto più naturale per chi è nato e cresciuto nella new economy, diverso invece per chi ci è stato bruscamente catapultato.
Mio suocero, ingegnere nelle telecomunicazioni, ha ad esempio un pessimo approccio a condividere dati ed informazioni personali sul web. Non il conto in banca, quello siamo tutti diffidenti…, ma semplicemente autorizzare una app ad accedere a dei contenuti per ottenere il servizio desiderato.  Nemmeno di fronte alla mia osservazione:

“Scusa,  ma tu quanto paghi per consultare Google, accedere a Facebook o per vedere un video su Youtube? Nulla? E quindi chi paga per permetterti di accedere a questi contenuti?” 

Se ci pensate è un modello perfetto. Le persone sui social gratuitamente soddisfano la propria curiosità e la smania di esibizionismo riempendo i database delle piattaforme di informazioni  che vengono rivendute a caro prezzo a chi per business ha il compito di riempirci la dispensa e la testa di prodotti, marchi e servizi.
Ci riesce proponendoci mode, gusti, valori, idee… Sempre tutto in modo molto “spintaneo” e relativamente semplice e immediato.
Sfruttando le regole base del neuromarketing  veniamo influenzati nel nostro modo di pensare, nella costruzione delle nostre opinioni, fino a determinare i nostri acquisti. Se il lavoro viene svolto a regola d’arte restiamo pressoché ignari di cosa ci è accaduto.

E’ un grande appuntamento generazionale in cui dobbiamo essere consapevoli che la moneta sonante per accedere a quello che desideriamo è una limitazione del nostro libero arbitrio, accettando un sistema che ci analizza e classifica per le nostre suggestioni ed interessi.
Semplicemente abbiamo una gran voglia di gelato o ci voltiamo per strada a guardare passare un modello di auto che ci sembra molto desiderabile ed in qualche modo “familiare”.  Compriamo un profumo o un orologio per uno status symbol, scegliamo un taglio di capelli, un dress code per appartenere ad un contesto in cui ci siamo identificati o a cui vorremmo appartenere.

Alla base di queste considerazioni subentra una valutazione etica di come l’utilizzo delle informazioni che spontaneamente, o nel caso di mio Suocero, meno spontaneamente, pubblichiamo sul web venga utilizzato per noi (per migliorare la nostra esperienza digitale o ad es. per tutelarci da possibili contagi, in epoca pandemica, con l’utilizzo di applicazioni come IMMUNI) e contro di noi (per farci in qualche modo pilotare, per spiarci a nostra insaputa e per violare le informazioni che non vorremmo diffondere). Il tentativo di manipolazione è l’esasperazione ultima del processo di seduzione implicito nel messaggio pubblicitario. In un regime di libera circolazione di beni e servizi, molto simili tra di loro, la scelta non può avere assoluti parametri razionali e oggettivi. 

Sul web la sovraesposizione a messaggi pubblicitari riduce l’effetto ipnotico.
La targetizzazione, ossia la suddivisione del  pubblico in base a caratteristiche e comportamenti omogenei, è riuscita a rispondere all’esigenza di ridurre la pressione ed aumentare l’efficacia.   Vedo quello che potenzialmente potrebbe interessarmi di più in base a quanto precedentemente espresso attraverso acquisti, like, recensioni, apprezzamenti o critiche.

Pensateci quando di fronte ad un servizio online per cui vi viene chiesto di condividere le foto, inserire la propria mail o rispondere ad un breve sondaggio, al fine di ottenere gratuitamente un vantaggio, chi sta vendendo cosa?
La maggioranza del gaming online è gratuito, ma pieno di pubblicità. Il tracciamento delle interazioni con tutti quei messaggi rappresenta il vero valore pagato da chi basa le proprie offerte sulle informazioni ottenute sul  target di riferimento.

Oggi conoscere il proprio cliente è indispensabile per proporre nuove soluzioni sul mercato. I dati si comprano e i dati si vendono. Le campagne pubblicitarie si impostano sulla base di interessi e comportamenti registrati in maniera più o meno precisa e dettagliata. Viene garantito l’anonimato, ma non sapremo mai fino a che punto questa premessa verrà rispettata. La valutazione finale se tutto questo processo sia eticamente corretto o meno si basa sull’assunto che la consapevolezza rende le persone libere di scegliere e di conseguenza di tutelare o limitare la propria privacy in funzione delle proprie esigenze. Le nuove generazioni che nascono assuefatte da questo sistema devono conoscerne tutti gli aspetti per permettere loro di valutare.

Il complesso sistema normativo deve, a mio avviso, limitarsi a garantire la possibilità di concedere o revocare liberamente l’accesso a queste informazioni e che ciò comporti la garanzia che questa manifestazione di volontà sia realmente tutelata.  Quest’ultimo aspetto è ancora troppo incerto a livello di world-wide-web e di economia globale ed è questo a non rendere il sistema sicuro e comunemente accettato.

Teniamo sempre presente che se non siamo noi a pagare, lo sta semplicemente facendo qualcun altro.  Se non pagate per un prodotto o per accedere ad un servizio, significa che il prodotto o il servizio, in questo caso, potreste essere voi.

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